Gli effetti secondari dei sogni – De Viga

Prima di incontrare No, credevo che la violenza fosse nelle urla, nelle botte, nella guerra e nel sangue.

Adesso so che la violenza è anche nel silenzio, e qualche volta è invisibile a occhio nudo.

La violenza è il tempo che risana le ferite, la sequenza irriducibile dei giorni, l’impossibile ritorno indietro.

La violenza è quello che ci sfugge, che tace, che non si manifesta, la violenza è ciò che non ha spiegazione, che resterà opaco per sempre.

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Nelle stazioni è un’altra cosa, l’emozione s’intuisce dagli sguardi, dai gesti, dai movimenti, ci sono innamorati che si lasciano, nonne che ripartono, donne dagli ampi cappotti che abbandonano uomini dal colletto rialzato, o viceversa, osservo persone che partono non si sa per dove né perché né per quanto tempo, che si dicono arrivederci attraverso il finestrino con un cenno oppure si sgolano quando nessuno può più sentirle.

Con un po’ di fortuna assisti a vere e proprie separazioni, voglio dire, che si capisce che durerà a lungo o che sembrerà eterna (il che è lo stesso), allora l’emozione si fa densa, come se l’aria s’ispessisse, come se fossero soli, senza nessuno intorno. Lo stesso succede quando arrivano i treni, mi piazzo all’inizio della banchina, osservo le persone che aspettano, il viso teso, impaziente, gli occhi che scrutano e di colpo quel sorriso sulle labbra, il braccio teso, la mano che si agita, mentre si vengono incontro e si abbracciano: è la cosa che fra tutte preferisco.”

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Le cose sono sempre più complicate di quanto sembra. Le cose sono come sono e ce ne sono molte contro le quali non possiamo fare niente. È quello che bisogna accettare per diventare adulti.

Siamo capaci di spedire aerei supersonici e missili nello spazio, identificare un criminale grazie a un capello, o un minuscolo lembo di pelle, creare un pomodoro che resti tre settimane in frigorifero senza raggrinzirsi, contenere miliardi d’informazioni in un microchip. Siamo capaci di lasciar morire la gente per strada.

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