RECENSIONE: Le luci nelle case degli altri

TITOLO: Le luci nelle case degli altrile-luci-nelle-case-degli-altri

AUTORE: Chiara Gamberale

EDITORE: Mondadori

GENERE: Narrativa

PUBBLICAZIONE: 2010

PREZZO: € 11.90 cartaceo flessibile; € 17.00 cartaceo rigido; € 6.99 e-book

PAGINE: 392 p.

Prime righe:

Mamma. Per tutto il tempo in macchina, fino a quel posto assurdo dove per la prima volta avevo provato ad aspettarmi tutte ma proprio tutte le persone che conoscevo (che non erano poi così tante, ma vederle insieme faceva un certo effetto), non mi era venuto in mente nient’altro.

TEASER:

Luglio 1983

Michelangelo ha quindici anni, tre mesi e un giorno quando si rende conto che non gli basta tagliarsi i capelli a spazzola, comprarsi camicie di due taglie più grandi della sua e ostentare un accento del nord, per somigliare a quel tipo di Milano che attraversa la spiaggia ogni giorno allacciato a una ragazza diversa.

TRAMA:

Maria, l’amministratrice condominiale libera e carismatica di un palazzo apparentemente come tanti, muore all’improvviso in un incidente stradale. Rimane sua figlia, Mandorla, una bambina di sei anni; e rimane una lettera, nella quale Maria rivela che il padre di Mandorla si nasconde in uno dei cinque piani del condominio che lei amministrava… Gli uomini del palazzo sono tutti sospettati ma decidono di non sottoporsi al test del Dna e stabiliscono di crescere la bambina tutti assieme. Attraverso lo sguardo smarrito – ora allegro, ora dolcemente disperato – della bambina, accendiamo le luci (e scopriamo le ombre) delle case di un condominio nel quale, presto, ogni lettore sentirà di abitare mentre, di piano in piano, Mandorla cresce, s’innamora, cerca suo padre e se stessa. Fino a un finale sorprendente.

RECENSIONE:

Questo libro mi è stato regalato dai miei genitori (assieme ad altri libri) per Natale. Vi confesso, se non l’ho già fatto, che sono l’unica della famiglia che ama la lettura così ogni volta che c’è qualche ricorrenza, in realtà solo Natale e compleanno, chiedo alla mia famiglia, se vogliono farmi il regalo (messaggio di persuasione implicito) che mi facciano libri. Questo Natale, come ogni altra occasione, alla mia richiesta è seguito un: “e che libri ti facciamo?” che tradotto significa “non so nemmeno come sia fatto un libro quindi sgancia i titoli” e così prontamente ho trascritto la mia librista dei desideri da cellulare a carta ed eccomi qui, che vi parlo di questo libro, molto desiderato dalla sottoscritta.

Non vi dico la delusione.

Allora, io non so bene cosa mi aspettassi da questo libro, non so se mi aspettavo di commuovermi o semplicemente di fare una bella lettura ma, purtroppo, nessuna delle due cose si è avverata. Ho fatto veramente fatica a proseguire nella lettura, probabilmente anche a causa dello stile utilizzato dalla Gamberale. Mi sono ritrovata a leggere e rileggere determinate frasi perché a causa della punteggiatura, non le capivo; le ripetizioni usate (non ripetizioni “classiche” come quando qualcuno più volte ripete un soggetto o un complemento oggetto per capirci) non mi sono piaciute e le ho trovate pesanti. Vi faccio un esempio:

Però. Però, però però.

Però (e la frase continuava normale).

Almeno in ogni capitolo, o quasi, c’erano cose di questo tipo che boccio assolutamente.

Il libro è suddiviso in piani perché Mandorla passa un po’ della sua vita su ogni piano del condomionio di Via Grotta Perfetta e poi all’interno di questi maxi capitoli abbiamo un capitolo in cui la vicenda viene narrata da Mandorla e un capitolo in cui le persone di quel piano riportano qualche ricordo inerente ai fatti che sta narrando Mandorla e così via, c’è un costante intervellarsi di capitoli. In quasi ogni capitolo narrato da Mandorla c’è poi una sua preghiera fatta alle cose. Sì, avete capito bene, alle cose; ad un taxi, alle tendine della stanza, al DNA, al libro di matematica.. perché Mandorla vorrebbe essere una cosa invece che viversi la sua vita da persona. Al di là del perché faccia queste preghiere, queste sono state un altro aspetto che proprio non ho digerito, non mi sono piaciute, per niente.

Per quanto riguarda la vicenda narrata, diciamo che è tutto un po’ inverosimile, essendo un libro per carità, ci può anche stare, ma non si tratta di un fantasy o di realismo magico per cui, questo “ci può stare” lo prenderei molto con le pinze. Cerco di spiegarmi meglio. Come avrete capito dalla trama, questa bambina ormai orfana di madre e con un padre sconosciuto, viene adottata da tutto il condominio. In particolare, legalmente sarà adottata da una signora anziana, al momento dell’adozione se non sbaglio la signora ha sui 60 anni, ed è single. Ora, non so se voi avete presente la modalità di adozione in Italia, ma essere anziana e single, di certo non ti permette così facilmente di adottare una bambina. Inoltre, quando si inizia la procedura per un’adozione la persona che vuole adottare viene sottoposta a qualche test e a qualche colloquio con gli psicologi per verificare la sua integrità mentale. Bene, la signora Polidoro, l’anziana in questione, passa le sue notti sveglia a parlare da sola; e voi direte, “embè? anch’io passo le mie giornate, o parte di esse, a parlare da sola, mica sono pazza!” e avete pienamente ragione (d’altronde passo anch’io parte delle mie giornate così) il punto è che questa signora SI IMMAGINA PERSONE in salotto con lei e con queste persone instaura un dialogo fatto di domande e risposte e battute; capite bene che qua si va ben oltre il parlare da soli con se stessi, mi seguite? Ecco, non mi sembra tanto normale questa cosuccia! Poi, la bambina, Mandorla, abita un po’ di qua un po’ di là. In questo condominio ci sono 5 piani e lei se li passa tutti. Ora, questo può anche non comportare una crescita poco salutare, per carità, ma è molto poco fattibile che succeda questo nella vita reale ecco. Non voglio tralasciare il fatto che di queste 5 famiglie, NESSUNO si prende la responsabilità di dire “sì, il test del DNA per questa povera bambina lo facciamo, così almeno, se il padre è tra di noi, Mandorla potrà avere una vera famiglia”. Tutti i presenti continuano a dire che “no, non sono io il padre, io non ti ho tradito mogliettina adorata” benissimo, allora fate questo test del DNA no? Nella vita reale io credo che se una persona è “innocente” nel senso che non ha tradito la moglie, non abbia nessun problema a fare il test del DNA non vi pare? Ovviamente in questo libro, tutti innocenti ma nessuno con le palle di farlo questo test. Trovo anche questo poco verosimile. Comunque, il libro oltre a voler farci scoprire chi è il padre di Mandorla, idea che mi ero già fatta a metà libro in realtà, ci può prendere anche perché quando inizia a narrare Mandorla capiamo che si trova in carcere e quindi sì, vogliamo capire perché è lì.

Due parole le spendo anche su Mandorla. Si tratta di una bambina e poi ragazzina e poi ragazza insicura. Non si è mai sentita nel posto giusto e in pari con gli altri; dovuto al fatto che non ha una famiglia normale ma ne ha tante di particolari e dovuto al fatto che non era mai alla moda come lo erano le ragazze della sua età. Grazie a quest’ultimo punto potevo immedesimarmi in lei, io sono sempre stata la ragazzina timida e sfigata delle elementari, delle medie e anche delle superiori sia perché non vestivo alla moda (non per scelta, mi sarei conformata molto più che volentieri all’epoca) sia perché non mi adattavo alla vita delle mie compagne di classe o compaesane nel bere e fumare (e fermiamoci qui..) come se non ci fosse un domani. Non so se lo avete notato, ma ho scritto “potevo immedesimarmi”, sì, potevo ma non l’ho fatto, non più di tanto, perché a me Mandorla proprio non andava giù. Per carità io una famiglia normale, per quanto possano essere normali le proprie famiglie, ce l’avevo ma se anche ero una sfigata, i miei pianti me li sono fatti ma di certo non ho mai pensato di voler diventare una cosa per passare una vita migliore e di certo non ho deciso di passare 12 anni della mia vita a piangermi addosso. Siamo forse, io e Mandorla, troppo diverse per amarci, fatto sta che alcuni suoi comportamenti mi infastidivano proprio e non è mai riuscita a farmi sentire triste per quello che le stava succedendo, per come si sentiva e io sono una dalla lacrima facile, sono una che è molto, troppo, empatica con le persone ma con Mandorla no, Mandorla ha fatto l’impossibile, mi ha fatto quasi odiare la protagonista del libro, lei appunto.

Voto: 2 su 5

Ovviamente, non è che perché questo libro non è piaciuto a me, a voi non possa piacere, se volevate leggerlo, leggetelo perché se a voi piace sarei veramente curiosa di sapere le vostre ragioni, credetemi! E poi comunque non ho intenzione di mollare con la Gamberale, nella mia librista c’è infatti il suo ultimo libro, Qualcosa, e appena potrò lo acquisterò e lo leggerò!

Fatemi sapere cosa ne pensate voi di questo libro, lo avete letto? Lo leggerete? Ditemi!

Se non vi ho distrutto la voglia di leggerlo e siete ancora interessati, potete cliccare qui.

A presto lettori

eri gibbi

©

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8 pensieri su “RECENSIONE: Le luci nelle case degli altri

  1. Un romanzo che è una bella favola e come tale va inteso, scritto da chi ha centinaia di migliaia di lettori ed è capace di suscitare sentimenti a chi ne ha ancora da tirar fuori. Mica come te o me che abbiamo solo un centinaio di estimatori. Brutta cosa l’invidia….

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    • Io di sentimenti ne ho pure tanti, le favole le adoro ma questo libro proprio non ce l’ha fatta a conquistarmi! E avremo anche pochi estimatori ma se ce li abbiamo vuol dire che qualcosa di buono lo facciamo anche noi!

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  2. Pingback: WRAP UP #2 – Marzo 2017 – erigibbi

  3. Buongiorno! Sono d’accordo sulla critica alle poesie: molto pesanti e ridondanti, ce n’è una lunga più di una pagina mi pare, che mi ha proprio infastidita! Ma a parte questo il libro è piaciuto e mi ha anche commossa. Apprezzo quando i personaggi sono plausibili (niente personaggi da romanzi rosa, insomma) ma non mi infastidiscono le storie non del tutto verosimili. La parte più bella secondo me è il percorso di Mandorla, il suo smarrimento totale che la porta a fare qualche cavolata perché non ha più un faro e piano piano ricostruirsi, trovare la sua identità e raccogliere i cocci.

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