RECENSIONE Il magico potere del riordino di Marie Kondo

TITOLO: Il magico potere del riordinoil magico potere del riordino

AUTORE: Marie Kondo

EDITORE: Vallardi

PREZZO: € 13.90 cartaceo; € 7.99 e-book

RECENSIONE:

In Giappone l’arte del riordino è una vera e propria forma di cultura e Marie Kondo ci si è dedicata fin da quando era bambina, specializzandosi poi in questa disciplina e facendone l’oggetto della sua professione.

I consigli che dà in questo libro sono molti. Innanzittutto occorre dividere il riordino in due fasi: nella prima bisogna prendere in mano l’oggetto e decidere se buttarlo o tenerlo (a seconda di quello che ci trasmette) mentre nella seconda bisogna trovare una collocazione all’oggetto che si è deciso di tenere. Poi, nel momento in cui si decide di riordinare, bisogna farlo tutto in una volta, non si deve centellinare. Bisogna ordinare per categoria, partendo dalle categorie di minor importanza e difficoltà: vestiti → libri → carte → oggetti misti → ricordi. Ci sono poi altri consigli e passaggi da seguire passo dopo passo se si vuole concludere con successo il riordino.

L’aspetto principale e fondamentale di questo procedimento, oserei dire di questa filosofia, è tenere solo quello che ci emoziona, solo quello che ci fa star bene, solo quello che ci fa ancora battere il cuore. Trovo che questo sia un consiglio ottimo. Provate a pensare a quanti vestiti avete che stanno lì, nel cassetto, a prendere polvere, che non vedono la luce da anni, che non mettete perché non vi piace più il modello, non vi piace più il colore, non vi piace come vi sta addosso, non vi sentite a vostro agio quando lo indossate. Eppure, ci ostiniamo a tenere quel vestito perché lo abbiamo acquistato in offerta ed è stato un affare per cui è un peccato buttarlo o perché è un regalo di un amico o di un familiare e ci sentiamo in colpa a buttarlo o perché un anno fa era il nostro capo preferito e ci fa pena darlo via. Non vi capita mai? A me sì, sono sincera e io sono una che tendenzialmente butta via.

Il motivo principale per cui a volte mi trattengo dal buttare cose è mia madre. Mia madre terrebbe (ho sbagliato tempo verbale, metteteci un bel presente) tutto, dalla più insignificante cianfrusaglia al più grande elettrodomestico rotto che “potrebbe funzionare ancora se trovassimo il pezzo del dopoguerra che sicuramente da qualche parte fabbricano ancora.”  Quando ho provato (2 anni fa) a svuotare il mio armadio, pieno zeppo di vestiti che non indossavo più, impossibilitata a metterci dentro i nuovi acquisti che volevo indossare, si è verificata una litigata che manco tedeschi e americani si sono mai sognati. Da 4 mesi abito in Galles e credetemi se vi dico che non ho ancora il coraggio di buttare niente perché so che mia madre in quel momento mi chiamerebbe su Skype e mi chiederebbe informazioni su quella maglietta tanto carina tanto bellina che non mi ha più visto addosso. Secondo voi potrei mentire con astuzia? Se avete detto di sì, non mi conoscete bene.

Un altro aspetto che mi ha colpito di questa filosofia è il parlare alle cose, ringraziarle per quello che hanno fatto durante la giornata o nel momento in cui le stiamo buttando ringraziarle per tutto quello che hanno fatto finora per noi. Perché mi ha colpito questo? Perché da bambina lo facevo. Oddio, non ringraziavo le cose ma ad alcune cose parlavo. Crescendo ho smesso, ma non del tutto. Due anni fa ho acquistato una piantina grassa, l’ho chiamata Ciccia (non criticate la mia fantasia). La tenevo in camera mia, luogo in cui studiavo e in cui stava particolarmente bene d’estate ma anche d’inverno non ha sofferto e credo di sapere perché. Il primo anno è cresciuta in una maniera impressionante. Forse perché ogni giorno le parlavo? Ebbene sì, le parlavo, le chiedevo come stava, le facevo una carezza, le parlavo della mia giornata. Poi, non si sa perché, mia mamma ha deciso che d’inverno stava meglio in cucina (è vero, in cucina era più caldo ma aveva già passato un inverno senza problemi quindi perché spostarla?). Inutile dire che nonostante mi fossi opposta non c’è stato nulla da fare. Ciccia è stata spostata e io ho smesso di parlarle perché era in luogo in cui non la vedevo (in un mobile in alto) e non eravamo mai sole per fare una chiacchierata. Beh ragazzi, tempo un mese e Ciccia è morta. Ancora adesso mi viene da piangere se ci penso. È stata la mia prima piantina, l’ho acquistata io, le ho dato da bere quando le serviva, le ho voluto bene credetemi, mi ci ero affezionata e ora non c’è più. Io credo veramente che le parole servano. Chiamatemi pazza, non importa, ma io ci credo.

Ritornando al libro, ci sono due aspetti che non mi sono piaciuti: i consigli a volte sembrano ridondanti e quando viene spiegato come piegare le cose mi sarebbe piaciuto ci fossero dei disegni per capire meglio come fare, per rendere più chiari i passaggi.

Al di là di questo l’ho trovato un libro interessante per comprendere, e nel mio caso scoprire, qualcosa in più sulla cultura giapponese anche se è incentrato interamente sulla cultura del riordino.

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Link amazon: Il magico potere del riordino

Voi lo avete letto? Cosa ne pensate? Lo leggerete? Fatemi sapere!

A presto lettori,

erigibbi

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RECENSIONE Non sei mica il mondo di Raphaël Geffray

TITOLO: Non sei mica il mondonon sei mica il mondo

AUTORE: Raphaël Geffray

EDITORE: Tunué

PREZZO: € 16.90 cartaceo

RECENSIONE:

Il protagonista di questa graphic novel è Bené, un bambino con problemi familiari e scolastici: la madre non gli presta mai abbastanza attenzione e il padre è una figura che nemmeno appare; è stato cacciato da 5 scuole, non riesce ad imparare (all’inizio non sa nemmeno leggere), non riesce a farsi degli amici e ha scoppi d’ira. Nell’ultima scuola in cui approda incontrerà però un’insegnante testarda che si impunta di aiutarlo e di fargli imparare qualcosa. Da qui inizierà il suo percorso di crescita e formazione.

Bené spesso si nasconde dietro una maschera, una maschera che lo fa essere forte, che gli consente di risolvere i problemi nel modo sbagliato ovvero con la violenza ma dietro a quella maschera c’è sempre un bambino e non dobbiamo dimenticarci di questo. Bené vuole semplicemente qualcuno che gli voglia bene e che gli dimostri il suo affetto, vuole che qualcuno lo considri e gli presti la giusta attenzione, vuole semplicemente che qualcuno si prenda cura di lui.

Per quanto riguarda le tavole, le atmosfere rapppresentate sono decisamente Burtoniane e mettono addosso, almeno per quella che è stata la mia esperienza, una grande tristezza e melanconia.

È una graphic novel importante, con un certo peso, i temi trattati sono molto importanti: si parla di bullismo, di difficoltà di apprendimento, di problemi comportamentali come l’irascibilità ma anche della criticità degli insegnanti e del sistema scolastico in generale.

Questo fumetto appartiene alla collana Tipi Tondi di Tunué, questo significa che sarebbe indicato per ragazzi dai 12 anni in su; io lo consiglio soprattutto a chi ha più di 12 anni per comprendere appieno i messaggi di cui è portatore.

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Link amazon: Non sei mica il mondo

Cosa dite di questa graphic novel? L’avete letta? Vi ispira? Fatemi sapere!

A presto lettori,

erigibbi

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RECENSIONE L’universo nei tuoi occhi di Jennifer Niven

TITOLO: L’universo nei tuoi occhi l'universo nei tuoi occhi

AUTORE: Jennifer Niven

EDITORE: De Agostini

PREZZO: € 14.90 cartaceo; € 6.99 e-book

RECENSIONE:

I protagonisti di questo libro sono Jack e Libby. Jack soffre di prosopoagnosia un deficit percettivo acquisito o congenito del sistema nervoso centrale che impedisce di riconoscere i volti delle persone (presupponiamo che nessuno dei miei lettori abbia la prosopagnosia, voi riconoscete senza problemi vostra madre, vi viene naturale e spontaneo, non ci dovete pensare, Jack deve sforzarsi di recuperare mentalmente le caratteristiche visuo-facciali della madre ad esempio la bocca fatta in un certo modo, i capelli raccolti in un altro modo e così via, questo gli permette con una sicurezza mai del 100% di riconoscere sua madre). Piccolo particolare: nessuno sa che Jack soffre di questo deficit. Libby tre anni prima era stata l’adolescente più grassa d’America con 300kg di peso tanto che un giorno hanno dovuto portarla fuori di casa con una gru perché non riusciva né a passare dalle porte né ad alzarsi dal letto. Ora pesa 150kg e si piace così com’è. Libby non è sempre stata grassa, forse un po’ in forma ma niente di così grave, finché improvvisamente sua madre è morta. Da quel momento per affrontare la mancanza ha iniziato a mangiare e così l’acquisto continuo di peso ha fatto sì che diventasse anche bersaglio dei bulli. Jack e Libby ora frequentano la stessa scuola e tramite un “scherzo” poco divertente si incontreranno.

In questo libro ci sono state tante cose che mi sono piaciute ma anche tante cose che mi hanno fatto storcere il naso.

Un aspetto che mi è piaciuto è stato il pov alternato, questo infatti permette al lettore di comprendere cosa pensano e cosa provano i personaggi in quel momento però è stato utilizzato male: i capitoli erano veramente troppo corti, a volte anche una sola facciata, di media una pagina e questo non permetteva di entrare in relazione profonda con chi parlava in quel momento, era troppo toccata e fuga.

Durante il libro poi ci sono una serie di riferimenti ad altri libri (perché Libby è una grande lettrice) e di citazioni e questo mi è piaciuto molto così come il bel rapporto tra Jack e Dusty (il fratello più piccolo di Jack), molto spontaneo e sincero. Dusty sembra un bambini fragile e delicato, pronto a soccombere di fronte alle cattiverie degli altri ragazzini e Jack sembra il padre protettivo pronto a fare qualsiasi cosa per proteggerlo e per renderlo felice.

Il messaggio di Libby e del libro è molto profondo e tocca delle tematiche molto importanti come il bullismo e i disturbi alimentari. Libby è una fonte di energia inesauribile, è vita allo stato puro. Da quando l’hanno liberata non vuole perdersi un momento, non vuole più restare ferma immobile, non vuole lasciarsi scappare nulla, vuole ballare, sempre. Nonostante sia ancora obesa lei si piace così com’è e questo è uno dei messaggi che cerca di mandare spesso al lettore, soprattutto alle lettrici. Amarsi e apprezzarsi per quello che si è, affrontare i bulli senza scappare ma andando loro incontro a testa alta e superare gli attacchi d’ansia quando cercano di prendere il sopravvento. Veramente, messaggi molto belli e profondi MA. Essere alta 170cm e pesare 150kg non è salutare. Giustissimo vedersi belli lo stesso ma un peso del genere può portare a gravi problemi di salute e a questo nel libro non si fa cenno. Libby spesso ha paura di morire ma questa paura è provocata dalla morte improvvisa della madre; lei non pensa che il suo peso possa portarla ad una morte prematura!

Ci sono stati poi tutta una serie di problemi secondari alla vicenda, buttati lì ma non adeguatamente approfonditi come ad esempio il fatto che Dusty fosse probabilmente gay, il tumore del padre di Jack, l’amante del padre di Jack, i genitori di Jack che si separano… Tanta carne al fuoco ma poi..? Il nulla, tutto troppo vago.

Un’altra cosa che non ho capito è la storia d’amore. Perché? Perché ogni libro di questo tipo deve vertere sulla storia d’amore tra i protagonisti? La storia poteva andare benissimo, forse anche meglio se tra i due ci fosse stata una semplice ma bellissima amicizia. Non voglio sembrare cattiva ma l’amicizia tra Libby e Jack mi avrebbe dato una parvenza di verità, di storia che realmente può accadere mentre l’amore tra Libby e Jack mi ha dato l’idea di finzione, di una cosa che può accadere solo nei libri (e nei film). Quante volte nella vita vera abbiamo visto una coppia formata da un lui o una lei di 150kg e un lui o una lei molto bello/a? Non voglio dire che non può mai accadere, voglio dire che non è così scontato, e allora perché darlo per scontato in un libro?

Alla fine del libro comunque si scopre che l’autrice ha veramente sofferto di problemi di peso, di attacchi d’ansia e di bullismo, proprio come Libby e probabilmente queste esperienza hanno aiutato Niven a descrivere così bene gli stati d’animo e le sensazioni fisiche e corporee di Libby. Inoltre ci sono dei familiari della scrittrice che soffrono di prosopagnosia e che le sono stati d’aiuto per descrivere lo stato d’animo di Jack o le tecniche che usa per riconoscere le persone. Indubbio che anche parlare di prosopagnosia all’interno di un romanzo sia stata una buona cosa. Io sapevo già di cosa si trattava avendo studiato Psicologia all’Università ma credo che per la maggior parte delle persone questo sia un disturbo fino ad ora sconosciuto.

In sostanza, nonostante vari pro e contro, vi consiglio questo libro perché le tematiche trattate sono diverse e tutte molto importanti. Sicuramente vi farà riflettere su molte cose senza comunque cadere nel banale o nella tristezza più assoluta perché infatti ci sono anche episodi divertenti!

stellinastellinastellinastellina

Link amazon: L’universo nei tuoi occhi di Jennifer Niven

Bene amici voi avete letto questo libro? Cosa ne pensate? Fatemi sapere!

A presto lettori,

erigibbi

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PS. scusate per la faccia, non avevo tempo per truccarmi e rendermi guardabile.

PPS. Si ringrazia il fotografo BB per non azzeccare mai le luci e la messa a fuoco. Ti si ama comunque.

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RECENSIONE FILM SPLIT

Mi sembra sia già uscito qui sul blog il fatto che abbia studiato psicologia tutta una vita (sì, sto esagerando, ci ho dedicato solo 5 anni al liceo e 5 all’università) quindi potevo non guardare Split?

Il protagonista del film è un ragazzo che soffre di disturbo dissociativo di personalità conosciuto ai più come disturbo di personalità multiple. Lo ammetto, più pazzi sono più rimango affascinata, è più forte di me. Il vero nome di questo ragazzo è Kevin ma durante il film lo incontreremo veramente per pochi istanti. Kevin ha altre 23 personalità. Che sia veramente possibile? È molto raro in realtà, di solito ci aggiriamo da 2 a 4-5 al massimo, che io sappia, ma c’è stato un caso di un ragazzo in particolare (da cui io penso sia stata tratta ispirazione) che manifestava 24 personalità distinte: Billy Milligan. Nel film non vedremo tutte e 24 le personalità ma quelle più importanti e forti: Dennis, un uomo con DOC (disturbo ossessivo compulsivo) che lo porta ad essere ossessionato dalla pulizia propria ed altrui oltre che dall’ordine; Barry, un ragazzo che disegna vestiti di moda e che va in terapia da una dottoressa proprio per questo disturbo; Patricia (sì, chiaramente una donna) che inizialmente mi sembrava abbastanza razionale ma ho dovuto ricredermi e Hedwig, un bambino di 9 anni.

Sostanzialmente Dennis rapisce tre adolescenti, Claire, Marcia e Casey e mentre Claire e Marcia cercano di cospirare contro Dennis per avere la meglio sostenendo che in tre contro uno ce la si può fare, Casey è l’unica che fin dall’inizio sembra capire qualcosa, è come se sapesse come e quando bisogna agire. Scopriremo poi che Casey ha avuto un’infanzia difficile, in cui veniva abusata dallo zio. Questo le ha permesso di entrare in sintonia con il pensiero di Kevin e delle altre personalità perché l’evento scatenante del disturbo di Kevin è stato proprio l’abuso infantile oltre che i maltrattamenti subiti dalla madre.

La storia aveva un potenziale enorme ma tutto è scemato nel momento in cui è apparsa La Bestia. La Bestia è la 24° personalità di Kevin, dotata di forza sovraumana e (purtroppo per noi spettatori) in grado di arrampicarsi sui muri come fosse SpiderMan, in grado di non perdere una goccia di sangue dopo essere stato accoltellata (con un fianco d’acciaio visto che dopo essere stato accoltellata il coltello si è pure frantumato), in grado di restare praticamente indenne dopo due o tre colpi di fucile. Ecco qui è caduto tutto. Si è improvvisamente passati da un bel film ad un film di fantascienza fatto male visto che le scene in cui La Bestia si arrampicava sui muri erano evidentemente ritoccate male, anzi malissimo. Ma io dico, perchè? Mi sarebbe andata benissimo la personalità più forte, più resistente al dolore, ma perché renderla sostanzialmente d’acciaio, in grado di arrampicarsi sui muri e pure cannibale? (Mi stavo dimenticando di questo particolare essenziale). Un vero peccato.

Un’altra cosa che proprio mi ha dato fastidio, ma qui probabilmente entra in gioco la deformazione professionale è la seguente: la dottoressa (un’anziana signora con anni e anni di esperienza alle spalle, mica la giovane laureata di turno) non ha avvisato le autorità nel momento in cui ha capito che il suo paziente poteva fare del male a se stesso o qualcun’altro. GRAVE, GRAVISSIMO! Questa è una cosa che non sta né in cielo né in terra, non esiste! È dovere professionale farlo; quando uno psicologo, uno psichiatra ma anche un medico, capisce o pensa che il suo paziente può ledere a sé o agli altri non c’è segreto professionale che tenga.

Niente da dire invece sulla bravura di James McAvoy, una prestazione superlativa, fantastica, da bocca aperta, da brividi, da “se avessi la sua bravura conquisterei il mondo!”. Interpretare 6 persone differenti per età, sesso, caratteristiche fisiche e linguistiche (ad esempio quando interpreta Hedwig parla come un bambino e tra l’altro con il sigmatismo, vedi zeppola o s moscia o s sifula o Jovanotti) non deve essere per niente facile e lui c’è riuscito alla grande!

Io sicuramente vi consiglio il film perché è interessante ma da quando inizia ad esserci La Bestia per me c’è stato un calo brusco e infatti la mia valutazione proprio a causa di questa personalità è di sole:

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Voi avete visto questo film? Cosa ne pensate? Fatemi sapere!

A presto lettori,

erigibbi

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RECENSIONE LA VITA È UN TIRO DA TRE PUNTI di Marco Dolcinelli

TITOLO: La vita è un tiro da tre punti la vita è un tiro da tre punti

AUTORE: Marco Dolcinelli

EDITORE: Nativi Digitali Edizioni

PREZZO: € 12.48 cartaceo; € 3.99 e-book

RECENSIONE:

[grazie a Nativi Digitali Edizioni per il libro]

I protagonisti principali di questo libro sono Federico, Orlando e Alberto. Questi tre amici, assieme ad altri ragazzi della loro compagnia, amano andare al campetto: un campo dove ritrovarsi tutti assieme e giocare a basket. Questa pace idilliaca finisce il giorno in cui un altro gruppo di ragazzi, molto più bravi di loro in questo sport e non a caso soprannominati Le Bestie, decide di cominciare a giocare in quel campo. Lo scontro e le antipatie diventano insopportabili anche grazie ad una diatriba amorosa. Alberto propone una sfida impensabile ed impossibile: fare una serie di 5 partite, una a settimana, il primo gruppo che ne vince tre ha vinto il campetto e l’altro gruppo non potrà più giocare in quel luogo.

I personaggi principali sono tutti ben caratterizzati e differenziati tra loro: Federico ad esempio non si fa la barba da 3 mesi, da quando è stato lasciato dalla sua fidanzata dopo 4 anni; Alberto è diventato vegetariano da pochi mesi, suona e canta in una band ed è innamorato perso di Serena, la ragazza di uno dei tipi delle Bestie; Orlando lavora, ha una fidanzata, una sorella e una mamma a cui deve pensare da quando è morto il padre. Tutti sono però accomunati dal campetto e dal basket: c’è chi lo pratica solo da poco tempo e chi invece ci gioca da molti anni, chi avrebbe voluto avere una carriera in quello sport e chi semplicemente lo vede come un gioco e un hobby ma per tutti il campetto è un rifugio, un luogo dove ritrovarsi, dove l’unico pensiero che conta è vincere, magari con un tiro da tre.

Il primo capitolo è iniziato giustamente con una partita di basket: ho fatto un po’ di fatica ad orientarmi perché i nomi erano tanti, non capivo chi era contro chi ma questo mi ha dato proprio l’idea che ci fosse una vera partita di basket lì, di fronte alla mia finestra. Potevo sentire il rimbalzo della palla sul cemento, le urla dei ragazzi che chiamavano il passaggio, il rumore e lo stridore delle scarpe, le risate, le imprecazioni, la palla che prendeva il ferro, la palla che entrava, liscia, solo cotone.

Mi sono affezionata a questi ragazzi in una maniera assurda e spesso provavo un po’ di malinconia perché mi sarebbe piaciuto far parte di una compagnia di amici così affiatati, così sinceri, così veri, come se Federico, Orlando, Alberto e gli altri esistessero veramente. Forse anche l’ambientazione ha aiutato: il tutto si svolgeva a Verona, io abitavo in provincia di Padova fino a qualche mese fa, certo il luogo non è lo stesso ma mi ha dato l’impressione di essere più vicina a loro.

Mi è poi piaciuto come si sono evoluti i fatti: ci sono stati degli eventi che non pensavo minimamente potessero accadere e sono rimasta veramente soddisfatta del finale. Avevo il terrore che potesse essere banale e scontato ma invece no, è andata come doveva andare, come sarebbe andata nella vita vera e sono felice di questo.

In sostanza consiglio questo libro a tutti voi, che siate sportivi o meno, che amiate il basket o il calcio, che abbiate degli amici così oppure no, giocate la vostra partita e acquistate il libro.

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Link amazon: La vita è un tiro da tre punti di Marco Dolcinelli

Cosa dite di questo libro? Vi ispira?

A presto lettori,

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RECENSIONE Meglio tardi di Davide Bergamin

TITOLO: Meglio tardi meglio tardi

AUTORE: Davide Bergamin

EDITORE: CTL (Livorno)

PREZZO: € 10.00 cartaceo, € 2.99 e-book

RECENSIONE:

[Grazie Davide per avermi inviato il libro.]

Ho apprezzato questa raccolta di poesie perché, al contrario di Ogni volta che mi baci muore un nazista di Guido Catalano, questo secondo me è un vero libro di poesie. Sarà che in questo campo mi sento come i cavalli con i paraocchi fatto sta che io apprezzo delle poesie solo se rientrano nei canoni tradizionali di poesia. Non solo amo quando ci sono le più varie figure retoriche ma anche quando non ci sono parole scurrili e quando si parla di amore, di tristezza o di paura trasmettendo sensazioni ed emozioni. Qui dentro ci potrebbero essere delle poesie che l’insegnante potrebbe farvi leggere e analizzare tra i banchi di scuola.

Il linguaggio utilizzato è sicuramente semplice ma la sua semplicità è secondo me in questo caso un punto di forza perché in questo modo il significato arriva direttamente al cuore del lettore senza prendere vie secondarie con il rischio di perdersi.

Un altro pregio (che però possiamo trovare anche in qualsiasi altro libro di poesie) è la possibilità di centellinare la lettura. Io leggevo 3 poesie al giorno, essendo molto corto non volevo finirlo troppo velocemente, ma mi sarebbe piaciuto leggerne anche solo una al giorno per gustarla al meglio, come se fosse un buon bicchiere di vino. Non voglio fare la raffinata ma l’immagine che mi dava il libro era proprio questa.

Io consiglio questo libro sia a chi è amante del genere e sia a chi non lo è perché le poesie pur essendo semplici possono trasmettervi qualche emozione e questo, in un libro di poesie, è fondamentale.

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Meglio tardi di Davide Bergamin

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RECENSIONE La tua seconda vita comincia quando capisci di averne una sola di Raphaëlle Giordano

TITOLO: La tua seconda vita comincia quando capisci di averne una solala tua seconda vita comincia quando capisci di averne una sola

AUTORE: Raphaëlle Giordano

EDITORE: Garzanti

PREZZO: € 16.90 cartaceo, € 9.99 e-book

RECENSIONE:

Camille, la protagonista di questo libro, è in un momento della vita in cui tutto va male o perlomeno non va come lei vorrebbe: il lavoro ormai le sta stretto, è sempre stato qualcosa che non le è mai appartenuto e ora è diventato la sua camicia di forza; il figlio, nonostante abbia solo 10-11 anni sembra in piena fase adolescenziale e la sua iperattività è una fonte di problemi nel momento in cui deve sedersi e svolgere i compiti assegnati dalla maestra, come se non bastasse le regole e gli ordini non sono il suo forte e Camille si ritrova ad urlare e a vedere il suo bambino allontanarsi da lei; la vita con il marito è il solito tram-tram, ormai tutto è diventato routine, non c’è più spazio né tempo per la seduzione, per innamorarsi e per conquistarsi ogni giorno.

Camille incontrerà Claude in una serata particolare, una serata in cui tutta la sua ansia e la sua rabbia sono esplose nel momento in cui ha avuto problemi con la macchina nel bel mezzo di un temporale violento con acqua scrosciante annessa. Claude si presenta come un abitudinologo, studioso e praticante dell’abitudinologia e questa è la sua sentenza nei confronti di Camille:

«Lei probabilmente soffre di una forma di abitudinite acuta.»

«Cosa?»

«Abitudinite acuta. È una malattia dell’anima che colpisce sempre più persone nel mondo, soprattutto in Occidente. I sintomi sono quasi sempre gli stessi: calo motivazionale, incupimento cronico, perdita di punti di riferimento, difficoltà ad essere felici nonostante il benessere e l’abbondanza di beni materiali, disincanto, stanchezza…»

Inutile dirvi che anch’io soffro di abitudinite acuta in questo periodo e infatti mi sono rivista fin da subito in Camille e vi dirò anche che mi piacerebbe incontrare un coatch come Claude che mi segua passo dopo passo, dandomi indicazioni da seguire, consigli e suggerimenti, veri e propri compiti da svolgere.

Lo ammetto, alcuni di questi consigli sono scontati e già sentiti, ma mano a mano che leggevo il libro me li sono scritti e ho fatto anch’io un po’ di compiti a casa, proprio come Camille e per quei pochi giorni sono stata veramente meglio, senza pensieri negativi.

Alla fine del libro possiamo trovare il Piccolo vademecum di abitudinologia, tutti i consigli che Claude ha dato a Camille nel corso del racconto, ad esempio troviamo il brontolaio (un salvadanaio in cui si deve mettere una monetina ogni volta che si ha un pensiero negativo), il codice rosso (un segnale da concordare con il partner e/o con i figli per avvisare che c’è pericolo di litigio e che quindi serve per evitare un’escalation di aggressività) e il taccuino del positivo (rubrica su cui annotare i piccoli e grandi successi raggiunti, le piccole e grandi gioie provate), per un totale di 28 consigli!

Un aspetto che continuava ad incuriosirmi era l’identità di Claude: come Camille anch’io mi chiedevo spesso “chi è veramente Claude? Qual è la sua storia?” e alla fine, fortunatamente il mistero è stato svelato e beh, che sopresa! Non mi ero minimamente immaginata che le cose potessero evolvere in quel modo! Anche l’abitudinologia non è quel che sembra e mi ha ricordato un film che amo moltissimo: Un sogno per domani (in inglese Pay it forward) che sicuramente avrete visto almeno una volta, credetemi. Comunque, questo è un indizio per farvi capire cos’è realmente l’abitudinologia!

Sicuramente leggere questo libro in un momento nero può far bene e può anche influenzare il lettore a valutarlo positivamente. Ho infatti il dubbio che se lo avessi letto in un periodo positivo la mia valutazione sarebbe stata più bassa ma alla fine non ci trovo nulla di male in questo e quindi ho deciso di consigliarvi il libro e di valutarlo con:

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Voi avete letto questo libro? Cosa ne pensate? Se vi interessa vi lascio il link qui

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RECENSIONE The Crown I stagione

Quand’ero in Italia, quindi fino a non molti mesi fa, odiavo quando i telegiornali parlavano della regina Elisabetta o di qualsiasi altro membro della famiglia reale inglese ma non perché odio loro, semplicemente perché qualsiasi articolo verteva sul gossip e non su qualcosa di veramente serio.

In realtà Elisabetta, Filippo e gli altri membri reali, chi più chi meno, mi hanno sempre incuriosita. Mi sono sempre chiesta chi siano in realtà, se amano la vita che fanno perché sì, sono serviti e riveriti, abitano e vivono circondati dal lusso, ma non l’hanno voluto per cui mi chiedevo se la loro vita li soddisfacesse, invidiandoli un po’, lo ammetto. Poi è arrivata la serie Netflix The Crown. La mia curiosità stava finalmente per essere saziata. Non so se tutto quello trasmesso nella prima stagione sia vero, non so se la regina abbia dato il consenso affinché la sua vita privata venga ulteriormente messa sotto i riflettori, in cuor mio spero che tutto sia vero, che tutto sia veramente successo, che tutti siano o siano stati veramente come sono apparsi sugli schermi e ne parlerò come se fosse effettivamente così.

Se già da prima pensavo che la regina fosse una persona intelligente ora ne sono convinta. Si è ritrovata sul trono molto giovane a causa della morte prematura del padre da lei tanto amato, e pur avendo studiato regole e divieti, diritti e doveri di un re o di una regina, pur sapendo praticamente a memoria la costituzione e le leggi inglesi, si è ritrovata a non saper bene cosa fare in un ruolo in cui non pensava di ritrovarsi così presto. Molto spesso ho pensato che essendo regina potesse fare come le pareva (non pensate a grandi cose ma anche semplicemente dare il cognome del marito ai figli com’era suo desiderio) e invece no. La regina è solo una facciata, è solo colei che ci mette la faccia ma non è quella che fa, lei non può fare, non ne ha il diritto, o forse ce lo ha ma i costi sarebbero troppo alti: scandali, scandali ovunque per fatti assolutamente normali o banali. Il Primo Ministro è quello che conta con tutti i consiglieri che lo attorniano. Di sicuro Elisabetta non si è mai arresa e una delle cose che più mi ha colpito è stata la scelta di riprendere gli studi anzi di iniziare gli studi nel momento in cui ha capito che non ha avuto un’istruzione standard come noi poveri umani, lei non ha studiato la storia e la geografia per esempio. Si è resa conto che questa mancanza non le era d’aiuto nel momento in cui doveva affrontare i più importanti uomini di Stato con cui doveva incontrarsi spesso. Lei non voleva restare indietro, non voleva essere semplicemente la bella faccia che tutti volevano fosse. Trovo che sia da ammirare anche solo per questo motivo. Quella che ho visto è una donna forte, intelligente, caparbia, testarda e determinata. Quello che mi è dispiaciuto vedere è che nonostante le prime intenzioni fossero diverse, poi ha sempre scelto la patria piuttosto che la famiglia, piuttosto che il marito o la sorella (sorella che non sapevo avesse tra l’altro). Posso cercare di capire questa scelta, d’altronde è la regina ma da regina non poteva prendere scelte diverse e optare per la famiglia? Quello che mi chiedo è: era veramente impossibile fare altre scelte? Sarebbero state veramente delle scelte che avrebbero dato scandalo?

Un’altra cosa che mi sono sempre chiesta è: ma Filippo come fa a stare sempre dietro di lei? Per un uomo deve essere difficile apparire inferiore alla donna, alla propria moglie, soprattutto negli anni scorsi. Non mi sbagliavo. Questa situazione per lui è stata, almeno in questa prima stagione, sempre un peso. Filippo tra l’altro non era nessuno, non era benvoluto da nessuno, non era amato da nessuno (tra i politici che circondavano la regina almeno); non ha potuto dare il cognome ai suoi figli, non poteva camminare a fianco della moglie, non poteva seguire la sua carriera né tantomeno avrebbe dovuto prendere lezioni di volo (scandalo! ma perché??), credetemi, non gli era consentito fare nulla e questo ovviamente ha portato dei problemi nella vita di coppia. Lui voleva una moglie, lei non poteva (a parer suo) esserlo sempre.

Entrambi gli attori, Claire Foy che interpreta Elisabetta II e Matt Smith che interpreta il Principe Filippo mi sono piaciuti molto sia come attori sia esteticamente, lei in particolare è di una bellezza semplice e raffinata e amo pensare che la regina fosse stata veramente così.

L’ambientazione esterna (i paesaggi in particolare) ed interna (Buckingham Palace per esempio anche se le scene ovviamente non sono state girate veramente in questo luogo) l’ho trovata incantevole, ero stupita di fronte a tanta bellezza.

È stata una serie tv che mi è piaciuta veramente molto e ovviamente ve la consiglio. Ho sentito e letto da molti che fosse lenta ma in realtà a me non ha dato questa impressione. Non mi sono mai annoiata, mai distratta, ero totalmente immersa nella storia. Potrei stare qui a parlarvi per ore anche di altri personaggi, come ad esempio la sorella di Elisabetta, Margaret, ma evito perché mi dilungherei troppo. Tutti i personaggi infatti erano ben caratterizzati, con pregi e difetti, con difficoltà e timori. Insomma, si tratta di una serie tv che secondo me merita il massimo dei voti:

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Voi avete visto questa serie tv? Vi è piaciuta? Fatemi sapere con un bel commento!

A presto lettori,

erigibbi

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RECENSIONE SUITE FRANCESE DI IRÈNE NÉMIROVSKY

TITOLO: Suite Francesesuite francese newton

AUTORE: Irène Némirovsky

EDITORE: Newton Compton

PREZZO: € 4.90 cartaceo; € 2.99 e-book

RECENSIONE:

La storia di questo romanzo è molto triste e non mi riferisco solamente alla storia narrata al suo interno ma proprio la storia che circonda il libro e quindi l’autrice. Si tratta di un’opera incompiuta e pubblicata postuma in Francia solamente nel 2004. Il libro doveva essere composta da 5 parti: Tempesta di giugno, Dolce, Prigionia, Battaglie? e La Pace? Purtroppo però nell’agosto del 1942, dopo aver completato solamente Tempesta di giugno e Dolce, la Nèmirovsly fu catturata e deportata come ebrea e dopo un mese morì ad Auschwitz a causa del tifo.

Temporale di giugno è ambientato a Parigi, nel 1940, e il racconto si sviluppa intrecciandosi ad alcuni gruppi di persone dalle diverse classi sociali: la Famiglia Pèricand è molto ricca, imparentata con altre famiglie provinciali dell’alta borghesia; Gabriel Corte è uno scrittore che cerca di scappare da Parigi con l’amante; la Famiglia Michaud è una coppia appartenente alla bassa borghesia e il loro unico figlio, Jean-Marie, è militare e da diversi mesi non dà sue notizie; infine c’è Charlie Langelet un vecchio benestante che ama più le sue porcellane che il prossimo per il quale prova un vero e proprio disprezzo.

Dolce è invece ambientato a Bussy, una piccola città campagnola nella periferia est di Parigi, nei primi mesi dell’occupazione tedesca. La protagonista principale di questa parte è Lucile Angellier che vive in casa della suocera il cui figlio e quindi marito di Lucile è prigioniero di guerra in qualche sperduto campo di concentramento in Polonia.

Devo dire che inizialmente ero spaventata da questo libro. Quando ho letto ‘Némirovsky’ ho subito pensato alla Russia e per nessi logici sono andata a finire su Tolstoj e Guerra e Pace, libro che mi ha fatto passare le pene dell’inferno in una calda e afosissima estate di qualche anno fa. Per fortuna le mie paure erano del tutto infondate. Sebbene abbia fatto un po’ di fatica, almeno inizialmente, ad addentrami nel libro, a leggere con facilità uno stile di scrittura diverso da quello a cui oggi siamo abituati e a ricordarmi i vari personaggi e le loro caratteristiche, posso dire a cuor leggero che questa lettura mi è piaciuta. I temi trattati sono molti, tra i principali c’è sicuramente e per ovvie ragioni la guerra, ma anche l’amore (familiare ed extrafamiliare) e la diversità e sono tutti temi tra loro collegati. Quello che mi è piaciuto di più è stata la capacità della Némirovsky di raccontare dei sentimenti così profondi da parte di persone così “diverse”. Immaginate di essere nella II Guerra Mondiale e di essere un soldato tedesco andato ad abitare a casa di una bella francese di cui vi innamorate o viceversa immaginate di essere una donna francese che ospita nella propria casa un giovanotto tedesco. Riflettete bene. Non pensiate che sia facile, né per voi come soldato tedesco (in quel momento vincitore sulla Francia e sui francesi) né per voi come donna francese (vinta dai tedeschi, con parenti o amici morti o fatti prigionieri di guerra). Vi sembrerà facile iniziare una storia d’amore? Non lo è. Eppure la domanda è: perché? Perché non può essere facile? Io, soldato tedesco sono semplicemente un uomo, un uomo che esegue gli ordini; se mi viene ordinato di andare in guerra per la mia patria, ci vado; ma in questo momento sono solo un uomo e quindi perché non posso innamorarmi di una donna? Perché non può essere facile? Io, donna francese sono semplicemente una donna, una donna infelice e sola; se il mio cuore palpita, se le mie guance arrossiscono, se il mio stomaco si chiude in presenza di questo uomo perché non posso innamorarmi? La Némirovsky ha cercato di andare oltre le apparenze, ha fatto sì che due persone così diverse (tedesco-francese, vincitore-vinto) si innamorassero perché alla fine sono solamente due semplici persone. Ma l’aspetto che ancora più mi piace è che è stata la Némirovsky ad avere le capacità di scrivere questo e di credere questo, colei che la guerra la stava vivendo in quel momento e nonostante questo è riuscita a creare due personaggi che sono andati oltre l’odio scontato che tutti avrebbero provato per un nemico.

Un altro aspetto che mi è piaciuto è stata la capacità dell’autrice di sbattere in faccia al lettore le morti di alcuni personaggi. Non solo non mi aspettavo determinati morti ma sono rimasta pietrificata dalla modalità con cui l’autrice lo ha scritto, come se nulla fosse. Un attimo prima il personaggio c’era, un attimo dopo il personaggio era morto. Senza giri di parole, senza cercare di addolcire la pillola, niente di tutto questo.

Ho poi trovato le descrizioni degli ambienti perfette. A mio parere l’autrice è riuscita a descrivere accuratamente l’ambientazione, lo sfondo, senza risultare ridondante e pedante, senza dare troppi dettagli o dettagli inutili. Trovo che abbia usato un numero perfetto di parole con aggettivi di qualità che mi hanno permesso di immagire molto dettagliatamente la scena nella mia testa.

Io vi consiglio questo libro per tutte le caratteristiche da me appena scritte e spero di non aver dimenticato nulla di importante. Certo, se siete in un periodo un po’ triste e mogio di sicuro avrete bisogno di qualcosa di più allegro quindi in questo caso aspettate il momento giusto.

Bene amici, siamo arrivati alla fine di questa recensione. Voi avete letto Suite Francese? Vi è piaciuto? E se non lo avete letto seguirete il mio consiglio? Fatemi sapere e grazie per aver letto fino a qui!

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A presto lettori,

erigibbi

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